Gabor Matè è un medico di origine ungherese, divulgatore sul tema della salute mentale. Si occupa in particolare di temi come il trauma, lo sviluppo infantile, le dipendenze, le condizioni croniche e resistenti al trattamento. L’autore offre una interessante visione della condizione di ADHD, di cui molto si parla.

ADHD è la sigla per: Attention Deficit Hyperactivity Disorder, ossia Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (DDAI). Una ulteriore divisione viene posta nel DSM5 (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali, 5° edizione) tra 3 diversi sottotipi: disattento, iperattivo-impulsivo, misto. Ci sono opinioni discordanti riguardo le differenze tra questi sottotipi. L’ADHD è stato di competenza dei neuropsichiatri infantili e in parte degli psicologi, ma sempre di più la diagnosi viene svolta in centri specializzati anche per gli adulti ed è in aumento. Soprattutto da parte di giovani adulti o adulti arriva spesso ai terapeuti la richiesta di una diagnosi. Riguardo alle cause per spiegare l’aumento delle diagnosi le ipotesi riguardano una maggiore conoscenza della condizione e quindi di diagnosi, e un aumento delle caratteristiche dell’ADHD nella popolazione. Ma cos’è l’ADHD? Come per l’autismo, è una condizione complessa, concepita in uno spettro. Non esiste il gene dell’ADHD, o il gruppo di geni. In alcuni casi, ci sono dei geni che se posseduti portano un maggiore sensibilità a depressione, ansia. A volte però si osserva che con quegli stessi geni non si presentano sintomi significativi. Quindi cosa viene trasmesso? Secondo Gabor Matè viene trasmessa la sensibilità. Un sistema molto recettivo, dal punto di vista sensoriale e di alcune competenze cognitive. La sensibilità fornisce capacità di analisi e di sentire quello che succede intorno, e utilizzare le informazioni a proprio vantaggio, principalmente per la propria sopravvivenza. Con questa aumentata sensibilità, in base all’ambiente (soprattutto emotivo) in cui si cresce, si sviluppano capacità e risorse personali, creatività e arte, incoraggiate da un ambiente sicuro che incoraggia l’esplorazione e si pone come protettore e risponde ai bisogni. La stessa sensibilità del bambino posta in un ambiente pieno di difficoltà e stress, può portare il bambino a sentire fortemente sensazioni negative, il che porta a sviluppare comportamenti compensativi per sollevarsi dalla frustrazione o dalla paura.

Nei bambini spesso l’ADHD si evidenzia a scuola nella difficoltà a seguire i ritmi delle lezioni e i programmi di intervento riguardano protocolli comportamentali che strutturano il tempo e lo spazio, lavorando nel comportamento del qui ed ora, spesso con l’utilizzo della ricompensa. L’intervento sul bambino non è sostenuto abbastanza spesso da un percorso parallelo svolto con i genitori in un setting adeguato, capace di avere una lettura sistemica della sintomatologia presentata dal figlio. 

Negli adolescenti e adulti con ADHD, utilizzo di sostanze, dissociazione, ansia, si presentano spesso come risposte apprese che vengono portate avanti in maniera poco adattiva. Nei maschi i sintomi iperattivi sono predominanti, più evidenti agli occhi di insegnanti e genitori. Nelle femmine l’evasione più che nell’iperattività si realizza spesso nel rimuginare, sognare e rifugiarsi all’interno nei propri pensieri. Questo dato è spiegato alla luce della cultura che tende a imporre alla donna spesso un ruolo passivo, che non deve dare problemi ma piuttosto prendersi cura dell’altro. Questo spiega anche l’incidenza maggiore delle malattie autoimmuni nelle donne. In questo tipo di malattie gli anticorpi si difendono per errore non essendoci alcuna minaccia, attaccando così i tessuti sani. Il corpo si difende da minacce invisibili. 

L’autore nel parlare di farmaci in età infantile sottolinea che questi usati come trattamento esclusivo dell’ADHD agiscono sui sintomi come un cerotto, senza andare alla radice. Non hanno alcun impatto sull’ambiente ma solo sull’individuo: se lo stress persiste, le medicine continuano ad essere necessarie. In alcuni casi, l’ADHD è il risultato di traumi dell’attaccamento precoci, che non trovano attualmente una diagnosi nel DSM5, all’interno del quale si trova solo il Disturbo Post Traumatico da Stress, che necessita di un evento traumatico nel passato recente e non risponde quindi a quei casi per i quali i traumi sono stati meno gravi ma significativi e ripetuti. Quando il trauma riguarda le relazioni precoci determina in risposta strategie di adattamento che si riflettono a livello delle relazioni sociali del presente. Osservare la complessità del quadro coinvolgendo la famiglia non equivale a colpevolizzare i genitori, ma a renderli partecipi di un processo di guarigione nel quale sono coinvolti.

A prescindere che venga posta ufficialmente una diagnosi di ADHD, tipologie complesse di traumi, intesi come esperienze precoci ripetute nel tempo che hanno fatto crescere il bambino in un ambiente emotivo non sicuro, richiedono un supporto terapeutico e talvolta farmacologico in base alle difficoltà di adattamento dell’individuo. Difficoltà che si evidenziano spesso nelle relazioni familiari, sociali e lavorative. 

 

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