Il termine Hikikomori è giapponese e significa isolamento sociale. Questa condizione è una sindrome culturale, cioè legata a un territorio e una cultura particolare. Gli Hikokomori sono persone che si isolano socialmente senza contatti diretti con il mondo esterno, restando in casa per mesi o anni. In Giappone ci sono mezzo milione di giovani e giovanissimi e altrettanti adulti tra i 40-60 anni in questa condizione.
Un fenomeno culturale
Il mondo della medicina in Giappone è molto diverso da ciò a cui siamo abituati in Occidente. La salute mentale è concepita in maniera diversa e altrettanto diverso è il percorso di presa in carico. Il Giappone è un paese che ha un grande stigma verso la malattia mentale, e si preferisce soffrire in silenzio.
Grazie agli scambi tra le diverse culture, la cultura occidentale ha contagiato in piccola parte il Giappone nel modo di esprimere le emozioni e condividere i propri stati mentali. In Occidente siamo molto aperti rispetto all’Oriente nel modo di comunicare ed esprimere le emozioni. Questo contagio ha avuto degli effetti positivi: negli ultimi anni, soprattutto nella generazione Z e Alpha è aumentato il numero di richieste di aiuto per la propria salute mentale. Il mantra e il valore di riferimento culturale giapponese classico è portare pazienza reprimendo le proprie emozioni, senza posto per l’espressione della debolezza. Oggi questo sta cambiando.
Espressione delle emozioni e carico di lavoro
Quali tipi di disagi mentali si incontrano rispetto all’Occidente? Il tema della solitudine sociale ed emozionale è centrale. Nelle grandi stazioni, circondati da milioni di persone, ci si può sentire molto soli. C’è una forte alienazione. Non c’è dialogo tra estranei, c’è molto silenzio. Il contrario di quello a cui siamo abituati. In Giappone talvolta il silenzio è assordante.
Ci sono anche sintomi psicologici legati al fatto di lavorare una quantità di ore eccessiva e alle pressioni che le aziende esercitano sui lavoratori. Questa situazione si perpetua gravando sulla salute mentale della persona che, in virtù dei valori di pazienza, resistenza e duro lavoro, ignorano la situazione finché non arrivano al limite, e non riescono ad alzarsi dal letto per andare a lavorare o uscire di casa per altre attività. Fisicamente, si è impossibilitati ad andare a lavoro.
I sintomi psicologici vengono somatizzati in sintomi fisici. Spesso i pazienti si rivolgono ai medici con problemi fisici che nascondono cause psicologiche, dove la sofferenza psicologica non viene percepita perché sfogata dal sintomo fisico. Ignorare le proprie necessità psicofisiche porta a sintomi psicosomatici.
Gli Host Club e la crisi delle relazioni autentiche
Esistono in Giappone dei bar a tema, chiamati Host Club, in cui le persone possono incontrare partner fittizi e affittarli per parlare e passare del tempo nel club, pagando grandi somme, per intrattenersi in questa relazione che non ha nulla di fisico.
Spesso questo tipo di relazione è preferito a una relazione sentimentale con un partner reale, perché stare in relazione dà troppe complicazioni. Quindi chi frequenta gli Host Club preferisce pagare e alimentare questa relazione fittizia a pagamento con i giovani che lavorano nei bar. Questi club riflettono il bisogno di avere contatto umano, conversazioni libere, esprimere emozioni proprio come avviene nei film occidentali, ma che nelle relazioni reali giapponesi sono difficili da replicare. Esiste il mito dell’amore occidentale, romantico e libero.
La solitudine ha un costo molto alto. I dati sono preoccupanti, riguardo i suicidi e le morti degli anziani che perdono la vita senza che nessuno se ne accorga per mesi o anni.
Ci sono dei tentativi di risolvere il problema della solitudine, ad esempio una legge che promuove i gruppi di sostegno per persone sole. Inoltre, si provano esperimenti di cohousing, sia per anziani che per i giovani.
Una testimonianza diretta
Uno psichiatra italiano, Francesco (34 anni, siciliano), si trova in Giappone e svolge la sua professione a Tokyo. Racconta la sua esperienza clinica in Giappone. Egli afferma che i giovani mostrano un crescente interesse per la salute mentale. Non esistono però ad oggi le strutture per accogliere tale domanda. L’offerta si sta espandendo, ma manca la strutturazione della presa in carico: gli incontri sono 5-10 minuti di colloquio per parlare con lo psichiatra, tempo impossibile per approfondire le condizioni di disagio che il paziente presenta.
Per saperne di più e ascoltare l’intervista di Francesco trovi il link al podcast di Rai Radio 3.
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